Big Data: l’emersione del fenomeno – di Fiorello Casi

Il passaggio dall’Homo Sapiens all’Homo Videns si compie in circa 60 anni. Questa categoria è stata introdotta da Giovanni Sartori al fine di sottolineare il mutamento avvenuto nell’uomo all’indomani dell’introduzione del mezzo televisivo. Secondo Sartori è stato l’avvento della televisione a segnare il passaggio da Homo Sapiens a Homo Videns; un passaggio che non segna un’evoluzione ma, piuttosto, un’involuzione. A causa della televisione, secondo Sartori, per la prima volta nella storia l’immagine predomina e prevale sulla parola, modificando la comunicazione e i meccanismi di comprensione tra gli esseri umani. E il predominio dell’immagine sulla parola, sempre secondo Sartori, ha minato il cosiddetto pensiero astratto e l’attività simbolica propria dell’essere umano.

L’Homo Videns è regressione, atrofizzazione intellettuale e incapacità di distinguere virtuale da reale e vero da falso. Conseguenza di questa involuzione, secondo Sartori, è la sempre più crescente incapacità dell’uomo di crearsi un’opinione propria, che, in altre parole, significa minacciare la capacità di giudizio che a sua volta può condizionare il libero arbitrio.

E l’avvento della televisione avrà una parte fondamentale nella caratterizzazione di questa nuova fase delle vicende umane. Infatti il rapporto unidirezionale tra televisione e spettatore caratterizzerà le modalità di fruizione e interazione delle informazioni tra gli individui, con le implicazioni culturali, sociali e politiche che ne seguiranno e la cui rilevanza è tuttora presente in vaste fasce delle nostre società. Tale rapporto unidirezionale proseguirà sostanzialmente identico anche con l’apertura di Internet al pubblico della Rete sul finire degli anni ’80 e proseguirà sostanzialmente immutato fino alle soglie del 2000. Infatti i primi computer appaiono sulla scena mondiale sul finire degli anni ’40 del secolo scorso. Ma il passaggio all’Homo Videns è condizionato in piccola parte, almeno in una prima fase, dall’avvento di macchine computazionali automatiche. E’ a partire dai primi anni di questo secolo che alcuni mutamenti tecnologici imprimono a questa situazione, sia un’accelerazione, sia una nuova e importante direzione. Il Web era stato concepito come strumento per visualizzare e scambiarsi, tramite la nascente posta elettronica, documenti statici, non solo formati da caratteri ma con la possibilità di essere potenziati con altre tipologie di files, quali immagini, video, musica, ecc. Questo tipo di utilizzo del web è stato definito, successivamente, Web 1.0 o Web statico.

Il punto di svolta avviene quando le potenzialità del Web si ampliano rispetto alla condizione appena descritta. Il Web 2.0 nasce nel momento in cui una serie di applicazioni più sofisticate e in grado di essere gestite da qualsiasi utente non specialista raggiungono una maturazione tecnica tale per cui vengono rese disponibili nell’ambiente del Web a tutti coloro che desiderano utilizzarle. Oggi sono diventati oggetti di uso comune e diffusissimo, i blog, i forum (un tempo chiamati Newsgroup), le chat, i portali aziendali e quelli della ricerca e delle Università, i Wiki pubblici e quelli corporate. Le piattaforme di interazione sociale, da quelle numerosissime per cuori solitari a YouTube, Facebook, Twitter, Google+ e tutti i social network. Tutto ciò si pone dal lato opposto di quello che era stato il Web 1.0, con la sua caratterizzazione ancora unidirezionale.

La nascita del termine Web 2.0 coincide con la conferenza di Tim O’Reilly, sullo stato dell’arte del Web, che venne tenuta il 30 settembre del 2005 a San Diego CA.

Un accenno sulla denominazione 2.0: essa deriva dal gergo informatico e per la precisione dagli ambienti di sviluppo del software. Quando una nuova applicazione viene rilasciata all’utilizzo degli utenti, oltre a un nome che ne indica la propria natura, riceve anche una doppia numerazione che ne identifica le successive fasi di revisione o ampliamento. A seconda della severità delle modifiche apportate possono subire una variazione incrementale, sia la prima cifra, sia la seconda. Quindi nel caso del Web 2.0 la cifra sta a indicare delle sostanziali differenze rispetto alla prima versione “statica” del Web 1.0, quello degli anni novanta dove, come abbiamo visto, si aveva a che fare ancora con siti statici dove l’interazione bidirezionale non era prevista con l’eccezione di quella ipertestuale, dei primi motori di ricerca e l’avvento della posta elettronica.

È grazie allo sviluppo del Web 2.0 che nascono applicazioni interattive orientate ai sempre più numerosi settori della vita economica, sociale e politica. L’e-commerce, il social-commerce, i blog sulla salute, i forum politici e culturali e l’intrattenimento, sono tutte opportunità offerte dallo sviluppo tecnologico recente.

Il dibattito sulla definizione di Web 2.0 si arricchisce di un ulteriore elemento circa la sua specifica definizione che non riguarda il mero aspetto formale. Infatti da più parti si osserva che la definizione Web 2.0  non avrebbe un significato pregnante, in quanto questa definizione, mutuata da una disciplina, per forza di cose rigorosa come lo sviluppo del Software, male si sposa con la definizione adottata riguardo allo stato del Web, là dove con 2.0 si vorrebbe dare solo la sensazione di un mutamento sostanziale dell’oggetto identificato, sfuggendo però totalmente alle logiche che presiedono alle autentiche determinazioni dei criteri delle sigle di rilascio applicativo (release). Infatti diversi osservatori preferiscono utilizzare (senza troppa fantasia) la definizione “New Web”.  Difatti quest’ultima definizione verrebbe a significare semplicemente un contenitore più vasto, nel quale far confluire tutte le innovazioni e gli ampliamenti che si renderanno disponibili per l’attuale Web 2.0. Se si decidesse di lasciare la denominazione attuale, Web 2.0, essa resterebbe, invece, soggetta e subordinata a seguire i criteri specifici determinati per le attribuzioni di rilascio di nuovi prototipi del software che hanno superato tutte le fasi di collaudo. In questo caso il rischio risiede nella veloce senescenza delle terminologie utilizzate che passerebbero rapidamente dal 2.0 al 3.0, probabilmente complicandosi con le regole che potrebbero intervenire nell’attribuzione di sigle come quella di Web 3.5, e così via fino a una veloce obsolescenza e perdita di significato puntuale. Tutto questo per dare un registro della velocità con cui si riorganizza il mondo dell’ICT. Il dibattito è aperto e difficilmente vedrà il consolidarsi di una forma universalmente accettata, anche a causa delle diverse opinioni e atteggiamenti degli utenti della Rete, soprattutto i più attivi e integrati quali sono i cosiddetti Netizen.  Quindi accogliendo, per il momento, la definizione fornita da Tim O’Reilly possiamo affermare che il passaggio successivo al Web 1.0, che ha riguardato l’adozione e l’integrazione con i database (le banche dati) pubblici, privati e corporate e gli strumenti applicativi di gestione di questi dati (Content Management System) si potrebbe definire Web 1.5. Resta comunque il fatto che tutto ciò, indipendentemente dal criterio di definizione, ha provocato nello sviluppo successivo la costituzione di una nuova maneggevolezza e fluidità di interazione degli applicativi che non era riscontrabile agli albori del Web con gli ipertesti e l’arcipelago di strumenti dell’epoca.

Un discorso diverso riguarda la tecnologia di rete, la sua infrastruttura fisica e gli strumenti per la sua gestione; in questo caso il distacco dal Web 1.0 risulta molto meno marcato, essendo tuttora operanti o che continuano a vivere all’interno di pseudo-nuovi, quelli che costituirono la struttura iniziale del Web. Ci riferiamo agli apparati per il collegamento e la gestione del traffico fisico e logico della Rete. Se differenza esiste riguarda più una nuova maturità e nuove modalità con le quali ci si rivolge al Web che, come si è ormai visto, passa da una fase consultativa, anche se ben fornita di strumenti di ricerca e selezione (i motori) e di aggregazione (i newsgroup e email) a quella in cui si può contribuire e concorrere alla popolazione e alimentazione del Web con la propria attività in Rete.

Allo stato del Web 2.0 cambia il paradigma, la dimensione centrale diviene quella sociale, in cui la condivisione e il contributo personale prendono il posto alla sola fruizione di contenuti.

Quindi, e qui sta un punto nodale, non è certamente solo un motivo di sviluppo tecnologico a certificare il passaggio al Web 2.0.

Diversi strumenti di costituzione e gestione della rete sono, di fatto, rimasti gli stessi, quali i newsgroup (oggi i forum), le chat, i siti tematici (oggi i Blog); e il mutamento sostanziale ha riguardato la consapevolezza e la repentina utilizzabilità da parte degli utenti della possibilità di essere al tempo stesso fruitori, spettatori e generatori-creatori di contenuti multimediali; dove la multimedialità gioca un fattore decisivo nell’accelerazione di tutto il processo.

Ecco che senza snaturare, a questo livello di analisi, il principio fondante del Web e dei suoi ideatori, che consisteva nella completa e trasparente condivisione delle risorse, unito alla importante riduzione dei costi di tutti gli elementi costituenti la struttura, il risultato finale oggi risiede in un network accessibile pressoché a tutti.

Questa possibilità di accesso al Web da parte di un numero impressionante di utenti che con gli strumenti attuali, mette in grado anche chi ha competenze modeste di accedere a un network, rappresenta un punto di svolta epocale e incontrovertibile verso una totale integrazione, interazione, condivisione e scambio di contenuti dove l’individuo utente assume la centralità.

E su questa centralità e le sue dirette conseguenze che prendono le mosse le tematiche oggetto di un dibattito che vedrà impegnate numerose forze intellettuali nei prossimi anni.

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